SUL PROSSIMO REFERENDUM CONFERMATIVO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE A FAVORE DEL SI

SUL PROSSIMO REFERENDUM CONFERMATIVO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE

 

A FAVORE DEL “SI”

 

 

Yes!

 

 

L’equilibrio perduto fra i tre poteri costituzionali

Ben lungi dall’essere alla fine, la crisi che dal 2008 ha falcidiato nel mondo occidentale milioni di posti di lavoro mostra oggi i suoi effetti più devastanti. Nulla sarà mai più come prima: questo ci ripetono da mesi gli economisti e questo sperimentano quotidianamente sulla loro pelle famiglie ed imprese, mentre  resta comodamente al sicuro solo l’élite plutocratica di coloro che proprio dalla crisi hanno ricavato i maggiori benefici, contribuendo a determinarne le condizioni.

Preliminarmente quindi non va dimenticato che nel nostro Paese il dibattito sulla riforma costituzionale si colloca in un simile, fosco scenario, con oltre 9,3 milioni di italiani (fonte: Unimpresa) già scivolati al di sotto della soglia di povertà, o prossimi a precipitare nel baratro.

In tale contesto, derivante da rigorose analisi di organismi indipendenti, l’Italia rappresenta un ‘unicum’, proprio per le caratteristiche del tutto particolari del nostro assetto costituzionale: lo stesso che potrebbe aver contribuito in maniera tutt’altro che secondaria a renderlo il Paese più fragile fra i tanti flagellati dalla recessione. Se infatti il dettato costituzionale, nei suoi principi fondamentali, enuncia il perfetto equilibrio fra i tre poteri cardine della democrazia, una semplice analisi comparativa con gli assetti degli altri Paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Belgio, Spagna, per non parlare degli Stati Uniti) mostra come solo in Italia il potere giudiziario avesse già in nuce fin dal 1948 tutte le facoltà di superare il potere legislativo (delegato al Parlamento, espressione della sovranità popolare) ed esecutivo (del Governo, altra espressione della volontà popolare), attraverso le forme stabilite di autogoverno della magistratura, talmente slegato da qualsiasi forma di controllo e vigilanza degli organismi parlamentari, da rappresentare l’unico potere in Europa totalmente autoreferenziale.

Tale caratteristica, che va ben oltre le necessarie garanzie di indipendenza della magistratura (presenti anche in tutti gli altri Paesi quale irrinunciabile valore democratico), non poteva non manifestare nel tempo i suoi effetti sulla reale attuazione dei diritti dei cittadini, sulla libera concorrenza fra le imprese e sullo stesso principio di uguaglianza, apertamente violato laddove un cittadino-magistrato diventa ben più garantito, rispetto a chiunque altro, quando si trovi ad essere egli stesso parte di una vicenda giudiziaria.

Tutto ciò per documentare qui come già da tempo in Italia il principio della sovranità popolare risulti nei fatti violato. Il potere giudiziario, lungi dal restare in equilibrio con gli altri due, è divenuto predominante, così determinando una condizione in cui il popolo è stato di fatto espropriato della facoltà di controllo sul destino del Paese esercitata attraverso i suoi rappresentanti nelle assemblee elettive.

La riforma costituzionale ha come scopo principale – anche se spesso non sufficientemente esplicitato – quello di restituire al popolo tale sovranità. Con l’attenuazione delle competenze affidate al Senato ed il rafforzamento dei poteri della Camera, suprema ed unica espressione diretta dei cittadini, si intende porre fine a quel rimpallo delle leggi fra le due Camere che finora ha paralizzato nel Paese anche il varo di norme in grado di riportare nel giusto equilibrio gli assetti costituzionali. In primis quella riforma della magistratura ancora oggi fortemente osteggiata proprio dall’ANM, anche attraverso la folta schiera dei suoi rappresentanti distaccati in seno alle commissioni parlamentari, dove legiferano in veste di consulenti, partecipi quindi delle riforme rivolte al mantenimento di un potere, quello giudiziario, che con l’eventuale vittoria del NO continuerà a rimanere intoccabile e remoto rispetto al controllo dell’opinione pubblica.

Un controllo già stroncato con sentenze che hanno fatto piazza pulita della libera stampa: in Italia ogni anno sono 46,5 i milioni di euro richiesti ai giornalisti dai querelanti, di cui circa un terzo assegnati. Un numero elevato di tali procedimenti per diffamazione è promosso da magistrati.

Situazioni e valori, questi, che certamente stanno a cuore anche alla parte minoritaria, ma più avvertita e sensibile della magistratura, lontana dai giochi di potere e capace di reggere la sfida con qualsiasi riforma, grazie ai suoi naturali requisiti di imparzialità e rigore morale.

 

Rita Pennarola

 

 

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