Il cuore della libertà sepolto in Grecia

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Il bicentenario dell’Indipendenza greca: un simbolo per il mondo intero.

È ancora aperta la discussione sulle cause che resero possibile la rivoluzione greca dopo quasi quattro secoli di sottomissione all’odiato impero ottomano. Sembrava un destino, da quando Aristotele aveva affidato proprio agli Elleni l’arduo compito della metaxy, dello stare in mezzo, non solo geograficamente, tra Europa e Asia. La Grecia del primo Ottocento era una terra di sangue, di malaria, di stenti, un cumulo di rovine che però cominciava ad offrirsi come una terra aperta alle nuove speranze dei popoli europei. L’Ellade si presentava come un promettente supporto alle istanze libertarie e democratiche che erano sorte sull’esempio delle due rivoluzioni moderne, soprattutto quella francese con la sua “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. Nei paesi europei stava crescendo la pressione delle opinioni pubbliche interne, sensibilizzate dal nuovo spirito romantico. Ovunque nascevano comitati di raccolta fondi sulla base del movimento di solidarietà alla causa per l’indipendenza greca. L’intervento di Inghilterra, Francia e Russia fu determinante per il successo della rivoluzione. Questi Stati si erano interessati attivamente alla questione, non solo per la pressione delle opinioni pubbliche interne, ma anche per interessi geopolitici derivanti dalla decadenza dell’impero ottomano (“questione d’Oriente”).

Mentre in Europa si cominciava a prendere in considerazione la realtà greca contemporanea, dunque non solo per il suo passato, i greci della diaspora presenti e attivi nei circoli intellettuali europei cercavano di riappropriarsi della loro tradizione stabilendo una linea di continuità con il mondo antico e bizantino. Non si trattava soltanto di sentirsi eredi della paternità classica (evidente anche nel canto alla libertà di Dionisos Solomos), ma si era diffusa l’esigenza di riconquistare il passato come un vero e proprio riconoscimento di identità. La popolazione greca aveva conservato un senso di unità nazionale attraverso il legame con la cultura e la lingua del passato. Per gli uomini di lingua greca il recupero della tradizione classica nei decenni precedenti la rivoluzione del 1821 rispondeva al bisogno della formazione di una coscienza nazionale. Gli eroi dei poemi omerici all’inizio dell’Ottocento ritornano sulla scena ellenica, non per espugnare Troia ma per liberare la patria dallo straniero e conquistare l’autonomia. Anche la Chiesa Greca Ortodossa svolse un ruolo decisivo: professare questa fede significava aderire ad un sistema di ideologia nazionale intesa a conservare l’unicità greca e rapportarla al valore dell’indipendenza.

Nel momento in cui l’assetto politico e socioculturale veniva scosso dalla Rivoluzione francese e dall’avvento di Napoleone, la Grecia antica poteva rappresentare per gli intellettuali dell’Europa occidentale un ideale di democrazia e libertà e suscitare un senso di solidarietà, laddove per i greci il recupero della tradizione classica avveniva come sintesi di idee e temi derivanti dall’esperienza illuministica europea. Si creava una specie di chiasma con gli stati europei: si arrivava allo stesso risultato facendo un percorso opposto. L’unicità greca stava nel riscoprire il proprio senso di orgoglio e di identità nazionale attraverso la nuova cultura illuministica, mentre la storia greca offriva all’Europa l’ideale di libertà che si era affermato nel passato. In sostanza, mentre i vari Stati si davano una nuova costituzione ricollegandosi alla tradizione ellenica, la Grecia moderna riscopriva la sua identità attraverso i nuovi ideali democratici della modernità. 

Il moderno concetto di identità che si stava costruendo metteva insieme almeno due diversi aspetti: il primo è l’orgoglio (thymós), di cui aveva parlato Platone nella Repubblica, l’aspetto della personalità umana che anela al riconoscimento. In ogni uomo è presente un senso innato della giustizia: l’istanza “timotica” costituiva la sede psicologica delle virtù più autenticamente politiche: idealismo, abnegazione, coraggio, onorabilità. Era l’eredità del passato a fare di questa parte dell’anima la fonte del desiderio di partecipare alla vita della comunità e di veder riconosciuto il proprio valore. Erede dell’ethos degli eroi omerici, questa virtù rappresentava all’origine una caratteristica unica dell’identità dell’uomo: la capacità di rischiare la propria vita. Mettendo a rischio la vita l’uomo dimostra infatti che può andare contro il proprio istinto più forte, quello dell’autoconservazione. La ragione per cui combatte è di far sì che un altro essere umano riconosca la sua disponibilità a rischiare la vita per conquistare la libertà (Hegel). L’altro elemento determinante era il concetto di dignità, il cui riconoscimento si pensava fosse dovuto a tutti. Sebbene fondata sul potenziale di libertà interiore, la pari dignità di tutti gli esseri umani trasformava qualcosa di privato in progetto politico. Le grandi passioni scatenate da eventi quali la Rivoluzione francese erano sostanzialmente lotte per la dignità. La domanda di riconoscimento poteva assumere anche una forma più particolare, non quella di un generico essere umano ma centrata sulla dignità di uno specifico gruppo che era stato emarginato o non rispettato. Era stato Herder a mettere in luce in quegli anni l’importanza di un’identità legata ad un luogo particolare e a particolari consuetudini, in rapporto dunque ad una nazione o ad una religione. Il Volk (“popolo”) di Herder era pensato come una comunità di persone che si riconosce nella stessa lingua e sviluppa una forte consapevolezza della propria peculiarità nazionale.

una vera e propria rivoluzione della dignità per la conquista dell’identità della nazione

Il “lungo XIX secolo”, che si protrasse dalla Rivoluzione francese allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914, vide così due versioni della dignità e due approcci alla identità. La prima tendeva al riconoscimento dei Diritti dell’uomo universali, mentre l’altra cercava il riconoscimento di particolari popoli che erano stati oppressi o tenuti in catene. La mia tesi è che per la prima volta nella storia moderna, queste due differenti versioni della dignità, universale e nazionale, si siano incontrate sul terreno della guerra per la liberazione della Grecia. La lotta per l’indipendenza fu per essa una vera e propria rivoluzione della dignità per la conquista dell’identità della nazione, combattuta sia nel nome dei diritti liberali (era lo specifico apporto della cultura illuministica europea, a cui la Grecia guardò per liberarsi dell’abbraccio mortale del continente asiatico) che per l’autoaffermazione, facendo leva sulla cultura e sulla lingua della sua millenaria tradizione. Fu come se in una stessa corrente confluissero gli ideali del Rinascimento e del Risorgimento.

In uno dei suoi appassionati discorsi all’Assemblea, Benjamin Constant, che all’epoca seguiva con simpatia le vicende della Grecia, disse che la libertà dei moderni è fondamentalmente libertà dell’individuo privato: “il fine dei moderni è la sicurezza dei godimenti privati, ed essi chiamano libertà le garanzia accordate dalle istituzioni a questi godimenti”. Dal passato però giungeva un’altra idea di libertà, le cui radici affondano nel sentimento del proprio valore personale e nell’appartenenza ad una medesima comunità politica. Se i cittadini non sono legati tramite sentimenti di orgoglio e di patriottismo, difficilmente riusciranno a superare i loro momenti più bui, quando può prevalere la disillusione sul funzionamento delle istituzioni. In occasione del bicentenario dell’Indipendenza greca ogni angolo del pianeta si è illuminato dei colori della Grecia. Ogni volta che è in gioco la lotta per la libertà e il riconoscimento della dignità dell’uomo è come se il nostro cuore risorgesse dalla terra ellenica. Forse è questo che sentì Lord Byron, considerato in Grecia un eroe nazionale per il suo impegno alla causa ellenica: il suo cuore è sepolto lì, mentre il resto del corpo si trova in Inghilterra nella tomba di famiglia.

Di Fabrizio Spagnol, filosofo e formatore, autore di “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa”.

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