3° puntata: PARADOSSI EPIDEMICI

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Terza puntata di una serie di quattro dal titolo “Paradossi epidemici” a cura del filosofo Fabrizio Spagnol: “L’io diventa un noi quando si sente dire: dalle tue azioni dipende il benessere di tutti quelli che ti stanno intorno.”

Egoismo e altruismo, ordine e caos, competizione e cooperazione, vecchie abitudini e nuove opportunità. Il coronavirus non è solo un’epidemia potenzialmente mortale, ma è anche una cartina di tornasole dove si proietta il meglio e il peggio del paese e del sistema mondo. Sembra una catastrofe sopraggiunta per costringere a riconciliare pretese soggettive e bene comune, libertà individuale e solidarietà, economia e società. Non sono però solo gli italiani ad esser messi alla prova. Tutti i paesi sono ugualmente coinvolti in un destino comune, uniti dalla propria vulnerabilità. Uno sciagurato colpo di dadi virale ha la pretesa di stravolgere le ideologie, i valori e le regole del gioco.

Ormai siamo tutti nella zona rossa, i sentimenti nazionali riacquistano una nuova intensità.

In una situazione di possibile collasso sistemico anche la stabilità dei significati è a rischio: salute, difesa, diritto, unione, guerra, vita, selezione generazionale, protezione, ordine, stato, comune, proprio e improprio. Ormai siamo tutti nella zona rossa, i sentimenti nazionali riacquistano una nuova intensità. Nuove barriere si tracciano, vecchie vie si chiudono. C’è un senso di isolamento, di libertà negata insieme ad una nuova voglia di vivere e di reagire. L’incertezza comincia a lasciare il posto alla normalizzazione. Scopriamo di aver bisogno di ordine, come i contagiati dell’ossigeno per la respirazione.

È stato detto che la catena dell’infezione può essere interrotta quando un gran numero di appartenenti alla popolazione si dimostra immune, o comunque meno suscettibile alla malattia, perché in questo caso il virus circola meno. Ciò che conta è impedire un eccesso di circolazione, in quanto fattore di potenziale contaminazione.

Più che il singolo il vero soggetto che deve sviluppare l’immunità è il gruppo, ovvero la popolazione.

Quando il biologico impone le sue leggi, che prescindono dalla morale, il distanziamento diventa la nuova regola sociale. Ma non per tutti, perché in gioco c’è un’altra sfida, quella di ri-radicare l’economico nel sociale (si pensi alla decisione politica del Regno Unito di non introdurre misure che interferiscano sull’economia).  

Lo sforzo adesso è di pensare ad un’immunità che non sia in contrasto con la comunità. Non è così che nel passato avevamo vissuto le due tendenze. Anche la politica su questo si era divisa. La spinta comunitaria, si pensava, è caratterizzata dalla libera circolazione del dono, che è apertura all’altro, contatto con il prossimo che non tiene conto dei rischi che comporta dissolvere i confini dell’identità individuale. Dall’altra parte, i dispositivi immunitari che disattivano il contatto con l’altro, soprattutto se straniero, istituiscono una distanza protettiva rispetto a contatti indesiderati.

Se la comunità è il nostro fuori, l’immunità ci riporta alla nostra sfera di sopravvivenza, estinguendo però anche il comune.

Ora il bene comune risiede nella forma paradossale della secessione dal mondo o dall’habitus della vita quotidiana, nella fuoriuscita dalla corrente delle diverse situazioni sociali in cui si è normalmente immersi. Blocco della circolazione, rottura della catena degli assembramenti, questi i nuovi imperativi. Ciò che lega è anche ciò che rompe. La comunità ha bisogno che il singolo, il gruppo, crei delle barriere, degli arresti. Per sviluppare il senso di appartenenza, per essere solidali con gli altri, occorre seguire una strana via: separarsi.

La raffigurazione del sistema immunitario in termini socialmente autodistruttivi impedisce di vedere come il proprio, la sovranità, non siano solo una protezione negativa nei confronti dell’altro, ma possono anche accrescere la capacità di interagire con l’ambiente, e dunque potenziare la comunità stessa. A questo punto ci dobbiamo chiedere: esiste un modello di immunità il cui effetto sia di proteggere l’altro anziché espellerlo, in cui la protezione immunitaria invece di separare diventi garanzia di una convivenza globale?

Questa è l’esperienza che l’esposizione al virus ci sta facendo fare. Con il coronavirus l’immunitario e il comunitario si rovesciano l’uno sull’altro, s’intrecciano e si sovrappongono come bolle in un composto schiumoso. Del resto questa connessione antinomica tra protezione ed esposizione della vita è implicita nella stessa procedura dell’immunizzazione medica.

Come è noto, per vaccinare un paziente nei confronti di una malattia se ne immette nell’organismo una porzione controllata e sostenibile. Ciò significa che la medicina è fatta, come ben sapevano gli antichi greci, dello stesso “veleno” da cui deve proteggere, quasi che per conservare qualcuno in vita sia necessario fargli assaggiare la morte (il vocabolo phάrmakon contiene il doppio significato di “cura” e di “veleno”, veleno come cura, cura attraverso il veleno).

La velocità, ecco un altro valore assoluto ad essere rovesciato.

Allora viene il dubbio che la virulenza rispetto a cui si è senza difese ha a che fare con l’annullamento degli spazi intermedi che rende tutto veloce e dove gli spostamenti tra un punto all’altro avvengono senza passare attraverso il tempo. Anche il nostro sociale aveva l’aspetto di una superficie ultra-rapida di circolazione dei flussi, privo di quella resistenza al male diventata ora una questione di sopravvivenza. La cura torna ad avere a che fare con il tempo, bisogna guadagnare tempo, rallentare. La velocità, ecco un altro valore assoluto ad essere rovesciato. Con il tempo ritornano responsabilità e impegno, come il promettere e il fidarsi, condizioni mentali che impegnano il tempo futuro.

L’io diventa un noi quando si sente dire: dalle tue azioni dipende il benessere di tutti quelli che ti stanno intorno.

L’io diventa un noi quando si sente dire: dalle tue azioni dipende il benessere di tutti quelli che ti stanno intorno. L’emergenza virus rende reale il principio che aiutare gli altri equivale ad aiutare sé stessi, che il comune è il proprio e il proprio è comune, che l’isolato è la nazione, che il piccolo è il grande perché la piccola azione può fare la differenza. La rinuncia si fa tanto per sé quanto per l’altro. Vertigine del pensiero. La propria immunità si fa dono e diventa co-immunitaria.

Di Fabrizio Spagnol, filosofo e autore di “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa”.

Produzione riservata ©

Le due precedenti puntate di “Paradossi epidemici”:

https://www.asfinanza.com/1-puntata-co-immunismo-globale/ https://www.asfinanza.com/2-puntata-tra-anomia-e-austerity/

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