1° puntata: CO-IMMUNISMO GLOBALE

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Prima puntata di una serie di quattro a cura del filosofo Fabrizio Spagnol: “Più il nostro mondo è connesso e più un disastro locale può scatenare la paura globale e alla fine la catastrofe.”

Mai come oggi la vita ci appare come una dinamica di integrazione dotata di capacità autoterapeutiche, che si rapporta ad un ambiente dominato dall’imprevisto. Alla vita spetta una competenza per le invasioni che subisce nella sua corsa alla conquista di nuovi spazi, una capacità tanto innata quanto acquisita tramite adattamento.

I dispositivi immunitari sono il fattore cruciale grazie al quale gli esseri viventi, le culture, i cosiddetti “sistemi” diventano tali, diventano cioè unità capaci di auto-organizzarsi, di conservarsi e di riprodursi in relazione ad un ambiente potenzialmente e concretamente invasivo e infettivo.

Oltre all’immunità biologica, che si riferisce al singolo organismo, ci sono due sistemi immunitari sociali che riguardano le dimensioni cooperative: il sistema solidaristico, che garantisce sentimenti di affinità, previdenza esistenziale e sicurezza giuridica (oltre che militare), e il sistema simbolico, come compensazione rispetto alla morte attraverso la continuità tra le generazioni e la certezza data da una certa immagine del mondo.

Ci troviamo di fronte ad una sorta di crisi dei subprime per dei prestiti biologici ad alto rischio di insolvibilità. Ed è solo l’esito di una fase di disattivazione che i nostri sistemi immunitari stanno attraversando e che si manifesta nell’esperienza di una incertezza rispetto alla resistenza delle nostre solidarietà.

Nulla spaventa di più l’individuo che l’esser toccato da ciò che minaccia di penetrare i suoi confini individuali.

Il paradosso è che più gli uomini comunicano, scambiano e si mescolano tra di loro attraverso pratiche, linguaggi, idee e tecniche, tanto più si genera come controspinta un’esigenza di immunizzazione preventiva. Nulla spaventa di più l’individuo che l’esser toccato da ciò che minaccia di penetrare i suoi confini individuali. Si tratta di quel cortocircuito tra tatto, contatto e contagio che schiaccia la relazione nel terrore della contaminazione, ritrovando sul piano sociale e psichico quella stessa esigenza di protezione nei confronti del fuori che l’organismo esprime già a livello biologico.

Le trasformazioni contemporanee riflettono un indebolimento delle forme di immunizzazione. Più il nostro mondo è connesso e più un disastro locale può scatenare la paura globale e alla fine la catastrofe.

Per certi versi con la globalizzazione non c’è più uno spazio esterno da cui difendersi. Ciò significa che il sistema immunitario non ha confini. Esso è sempre e dovunque, coincide con la nostra identità. Se la società tradizionale poteva apparire come contenitore dalle “pareti spesse”, nel mondo globalizzato si manifesta un trend verso un mondo di “società miste dotate di pareti sottili” o “permeabili”, caratterizzate dalla libera circolazione e sempre meno propense alle clausure statali (come si può constatare dalla diversa reazione che hanno avuto l’Italia e la Cina nei confronti delle restrizioni per ridurre al minimo gli spostamenti e i contatti tra le persone).

Ciò che sta accedendo è una catastrofe dell’integrazione della globalizzazione.

Ciò che sta accedendo è una catastrofe dell’integrazione della globalizzazione. Grazie a essa, le diverse culture diventano un collettivo instabile e lacerato dalle disuguaglianze. In altre epoche eventi epidemici avrebbero avuto una rilevanza minore. Come già la peste nera, che non si sarebbe potuta muovere senza l’avvio degli scambi internazionali dalla Cina al mediterraneo nella prima grande globalizzazione del Trecento, così anche la diffusione del coronavirus oggi è stata possibile grazie allo sviluppo tecnologico e alle riforme avviate che hanno aperto l’economia cinese al mercato.  È come se lo sviluppo tecnologico ci rendesse da una parte più indipendenti dalla natura, dall’altra più dipendenti dai suoi capricci. Abbiamo sempre meno fiducia nel potere dell’uomo sull’ambiente, e sempre più consapevolezza che il pianeta è dotato di ritmi e equilibri suoi propri.

La lezione del coronavirus si rende evidente a tutti i livelli, ma innanzitutto sul piano del diritto internazionale e della macroeconomia, dove dominano i sacri egoismi delle nazioni e delle imprese.

Se si parte dal presupposto che la terra costituisce ormai indubitabilmente l’orizzonte finito e comune di tutte le possibili operazioni umane, possiamo auspicare per il futuro un accordo sulle regole di un percorso di civilizzazione, che metta al primo punto la priorità di una prospettiva immunitaria comune rispetto a protezionismi particolari. Una macro-struttura di immunizzazione globale solidaristicamente vincolata, una co-immunità o co-immunismo capaci davvero di inaugurare un nuovo paradigma. Nella forma co-immunitaria un protezionismo di nuova specie diventerebbe d’ora in poi un precetto della ragione immunitaria globale.

Di Fabrizio Spagnol, filosofo e autore di “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa”.

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