Il lavoro tra necessità e opportunità

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Fabrizio Spagnol ha partecipato al nostro Talk “Smart working: is it really smart? Il lavoro tra necessità e nuove opportunità” e riassume in questo articolo le sue osservazioni sul tema del lavoro oggi, alla ripresa delle attività post lockdown per emergenza da Covid-19.

Attualmente la popolazione è divisa in tre fasce: c’è chi pensa di tornare ad una normalità da ritrovare il prima possibile; c’è chi dice: “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema”; e, infine, chi pensa che il sistema per come lo abbiamo conosciuto finirà inevitabilmente. La “necessità” evocata nel titolo sta per la “normalità”, per il non-poter-essere-altrimenti delle politiche economiche di questi ultimi anni, che rappresentano un indebolimento del lavoro, e quindi dell’immunizzazione sociale e psichica. Già perché il sistema economico è un po’ come l’apparato respiratorio: l’ossigeno è il lavoro e la qualità di vita che il lavoro consente.

Cosa vuol dire accettare come necessaria una certa cultura del lavoro?

Partiamo dalle politiche macroeconomiche. L’Europa ha dimenticato il capitale umano. È la regione del mondo sviluppato con il più alto tasso di disoccupazione. Come sappiamo, l’euro è un dispositivo deflattivo che impedisce agli Stati di autofinanziarsi, li obbliga a entrare nei Mercati e a competere sulla produttività. E competitività vuol dire sottrarre parti di mercato ai propri vicini, prevede la guerra commerciale, che tutti abbiamo accettato e chi ha pagato sono stati i lavoratori e le piccole imprese.

L’arma di questa competitività è stata il costo del lavoro: per vincere, infatti, occorre avere i salari più bassi del vicino (e i vincitori o sono paesi come la Germania che esporta più di quanto importa, che crea disoccupazione a casa altrui; per cui siamo in una situazione surreale in cui il creditore rimprovera al suo debitore minitab 17 product key di essere debitore). Precarietà e insicurezza, allora, sono il risultato di precise scelte politiche e di un linguaggio del mainstream che, tanto per capirci, esalta la “concorrenza” per il consumatore senza dire che, se non regolata, può essere disastrosa per il produttore.

“Necessità” significa continuare a pensare che i rapporti di forza in seno al mondo del lavoro siano equilibrati, che il ritorno al lavoro polverizzato del XIX secolo sia il massimo della modernità e che la piena occupazione sia impossibile e bisogna rassegnarsi. Così il lavoro precarizzato, spezzettato, sopraffatto culturalmente dal consumo, è tornato ad essere labor, cioè pena, fatica, la dimensione in cui si espia qualcosa. E l’uomo è ridiventato animal laborans (Arendt) che ha come unico scopo il semplice darsi da fare per sopravvivere senza che sia in gioco la sua individualità.

Da ciò risulta una società in cui non si è liberi perché si ha paura di perdere il posto e si vive nella insicurezza economica, con i lavoratori dipendenti costantemente sottoposti ad un giudizio: in base ai risultati dell’azienda c’è il licenziamento o il bonus. Spingere le persone a lavorare in questo modo presuppone che le persone non siano naturalmente motivate a farlo (in una cultura di questo tipo lo smart working non può essere una vera opportunità, perché presuppone il riconoscimento, da parte dell’azienda, di una forte dose di libertà e di autonomia e di un cambio di prospettiva: dal controllo “qui e ora” alla valutazione dei soli risultati in un contesto massimamente fiduciario).

il lavoro è il nucleo politico di una persona

Stiamo lasciando alle nuove generazioni un mondo d’angoscia, in cui il lavoratore dipendente si deve ritenere fortunato se fa parte degli eletti che un lavoro ce l’ha, dove il lavoro diventa il premio di una competizione tutta individualistica. Ma non era questa l’idea dei padri costituenti secondo cui il lavoro è il nucleo politico di una persona: un individuo mentre produce beni produce se stesso e produce anche legame sociale, cittadinanza. Attraverso il lavoro si diventa uomini e donne. E allora quante altre generazioni vogliamo massacrare prima di cambiare le politiche economiche sul lavoro?

Ora veniamo alle “nuove opportunità”, che vuol dire creazione di un ampio volume di attività lavorative, anche socialmente utile, e piena occupazione, per una serie di ragioni: sociali, perché l’esclusione mina le fondamenta della società, la fiducia; sanitarie, i disoccupati hanno spesso problemi di salute (suicidio, malattie neuropsicologiche, problemi familiari e separazioni); economiche, perdita di produzione, di capitale umano, di apprendistato (ma chi ci fa più caso ai dati sulla disoccupazione? Accettarla significa buttare la ricchezza di un paese, la sua capacità produttiva).

il ruolo positivo delle tecnologie

Occorre, allora, dar vita ad una cultura del lavoro meno autoritaria, fondata sulla collaborazione tra titolare e impiegato e dove le tecnologie giochino un ruolo positivo, soprattutto ora nel contesto di un’epidemia che sembra segnare uno spartiacque tra un tempo in cui il lavoro umano si ferma e un tempo in cui le macchine garantiscono la continuità e la sicurezza di un lavoro che non si ferma mai. Qui può scattare una “vergogna prometeica” (Anders), quando l’individuo si sente inadeguato di fronte alla funzionalità della macchina. E tornano le domande sulla “fine del lavoro” in certi settori.

Ma questo accade da sempre (si pensi al forte aumento della produttività nell’agricoltura e nell’industria con la robotizzazione nelle catene di montaggio dell’industria automobilistica). Qualsiasi progresso tecnologico comporta una ristrutturazione del lavoro e la possibilità che l’automazione generi nuova attività lavorativa. All’inizio l’aumento della produttività riduce il numero dei posti di lavoro per produrre una stessa quantità di beni. Ma si può generare anche un circolo virtuoso. Non solo una parte dell’industria non può essere delocalizzata come l’edilizia (le infrastrutture). Ma soprattutto il surplus permette di ridurre il tempo di lavoro e soddisfare altri bisogni, come il settore dei servizi (educazione, sanità, assistenza a domicilio in società che invecchiano, servizi finanziari, protezione ambiente, sicurezza, tempo libero, vacanze, cura del corpo, informazione, cultura), dove la produttività aumenta meno velocemente e può avere una forte espansione. Quindi abbiamo un aumento della produttività nei servizi (conseguenza della rivoluzione tecnologica) che provoca un aumento dei salari, che a sua volta fa aumentare la domanda dei servizi, in quantità e qualità. In attività che richiedono molto lavoro umano: persone, non solo macchine.

La scomparsa di molti lavori tradizionali può essere dunque compensata dalla creazione di nuovi lavori (si pensi solo per fare un esempio alla sostituzione dei piloti umani con droni che ha eliminato posti di lavoro ma ne ha creati altri nella manutenzione, nel controllo a distanza, nell’analisi dei dati e della sicurezza informatica). Si tratterà dunque di ampliare lo spettro delle attività umane da considerare lavori. Abbiamo bisogno di aggiornare i nostri valori per considerare lavoro quello che ora non lo è. Il nostro destino è nelle nostre mani.

Di Fabrizio Spagnol, filosofo e formatore, autore di “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa”.

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