La crescita e il paradiso in terra

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La modernità si basa sulla convinzione che per eliminare tutti i problemi (comprese le epidemie) la cosiddetta crescita è assolutamente indispensabile.

In questi ultimi decenni sembra che la storia proceda a salti. I secoli non sono più tali, durano pochissimo e svolte improvvise annunciano nuovi periodi. Dall’attentato alle Torri Gemelle alla crisi del 2008 e ora la pandemia: non facciamo che entrare nel nuovo millennio oppure prolunghiamo il vecchio. Ma forse c’è qualcosa di invariato dietro agli eventi e alla loro apparente discontinuità.

Alla luce di quello che sta avvenendo possiamo unirci a chi fa iniziare la storia della civiltà moderna dalla peste nera del 1348, forse la prima grande catastrofe naturale e sociale a trasformarsi in una crisi culturale. A fronte di una tale apocalittica e poco dignitosa morte di massa erano sorti dubbi sulla strada che portava al paradiso. Da allora si è fatta largo l’idea che la promessa cristiana del superamento della morte nell’al di là non può più essere del tutto vera. Boccaccio è il primo testimone del cambiamento e nel Decameron rivendica per tutti il diritto infinito all’allegria, alla curiosità, all’eros, ad amare la vita prima della morte. È l’inizio della cultura del Rinascimento che inaugura un nuovo legame con il mondo, spostando le aspirazioni dell’europeo dalla vita nell’al di là al suo compimento terreno, cioè alla sua immortalità al di qua. È la premessa per l’innalzamento del moderno livello di vita imprenditoriale e per l’arricchimento.

Con questo spirito per mezzo millennio l’Europa diviene il centro del mondo e il punto di partenza di quel processo di mostruosa espansione culminato oggi nella globalizzazione. Nel concetto di “merce” gli uomini del dopo-peste concretizzarono l’impresa di innalzare il loro tenore di vita. Nelle prime banche e nella produzione manifatturiera si vanno perfezionando l’accumulazione dei capitali e quella dei desideri. Poi con Colombo l’avventuriero imprenditore che si imbarca per l’America diventa di fatto un rivoluzionario capace di trasformare la vita povera in una vita che ha il potere di realizzare i suoi desideri. Contagiati dall’idea dell’arricchimento gli europei non ne vogliono più sentir parlare di lento naturale accrescimento e di pazienza contadina. Sognano un cielo intramondano che funzioni più rapidamente e contano su una grandiosa remunerazione per le loro fatiche terrene.

Quello che si può e si deve fare è costruire un paradiso qui sulla terra

E così la vita diventa per molti una incessante ricerca del potere dentro un universo che si svuota di senso. Quello che si può e si deve fare è costruire un paradiso qui sulla terra, investendo denaro per accelerare il progresso tecnologico. La cultura moderna diviene a poco a poco più potente che mai ma al contempo afflitta da terribili angosce esistenziali. Le quali però non possono emergere, pena il crollo di tutta l’architettura. La modernità si basa sulla convinzione che per eliminare tutti i problemi (comprese le epidemie) la cosiddetta crescita è assolutamente indispensabile. Essa riguarda il progetto universale di immunologia generale che rende la storia dell’umanità una serie di tentativi di ottimizzare un mondo inteso come una sorta di incubatore umano. La tecnica è il nostro ambiente, un ambiente rassicurante che rende noi occidentali la popolazione più protetta, con aspirazioni illimitate, ma anche la più debole della storia e del pianeta.

È un vero e proprio culto in grado di risolvere anche i dilemmi etici. Sei hai un problema devi produrre di più e il culto del “sempre di più” spinge gli individui, le aziende e i governi a disinteressarsi di tutto ciò che potrebbe rallentare l’accrescimento. Il fatto che la crescita si realizza all’interno di una biosfera fragile e che un tracollo ecologico causerebbe la rovina dell’economia e un abbassamento degli standard di vita non porta a ridurre il pericolo rallentandone il ritmo. Piuttosto suggerisce che dovremmo correre ancora più velocemente. Se aumenta il rischio epidemie o l’inquinamento allora dovremmo creare altre industrie farmaceutiche o inventare qualunque cosa per proteggerci.

La scommessa che fa la scienza è di salvare contemporaneamente l’economia dalla paralisi e l’ambiente dalla catastrofe.

Nel frattempo la corsa continua ad accelerare, i margini di errore si assottigliano e i desideri di molti s’infrangono.

Avendo indicizzato la solidarietà sulla crescita si è scongiurata la rivoluzione senza però affrontare il problema della giustizia redistributiva e quando si verifica un disastro (come attualmente con il Covid-19) sono in tanti a soffrire. Tuttavia questa presa di coscienza non modifica i comportamenti della maggioranza delle persone, convinte che fino a quando l’economia cresce, scienziati, ingegneri e economisti ci potranno salvare dal disastro. In un mondo del genere si crede che la vita possa migliorare solamente se e quando la produzione materiale cresce. Per cui è improbabile che la gran massa delle persone insoddisfatte per la loro condizione possano dare il loro supporto alle politiche di cambiamento radicale. Siamo costretti a correre, stritolati da una pressione costante. Tale tensione è chiamata “crescita” ed è posta come un valore supremo, in difesa del quale si deve sopportare ogni sacrificio e affrontare qualsiasi rischio.

Mentre a livello collettivo si teme la stagnazione come fosse la nuova incarnazione del diavolo, a livello individuale cerchiamo di rincorrere un tenore di vita adeguato il cui limite si sposta sempre un po’ più avanti. La reazione più comune della mente umana quando ottiene qualcosa non è la soddisfazione, ma il desiderio di avere ancora di più. L’insoddisfazione è sopportata perché fa parte del gioco: bisogna volere sempre di più. I desideri umani non devono essere moderati perché la società teme l’equilibrio ben più del caos. Lo slogan di questi giorni “andrà tutto bene” è ciò che viene ripetuto ogni giorno da una economia che ha sacralizzato un sistema vorace che procede senza che le persone conoscano la direzione in cui si affrettano a correre.   

Se la peste del Trecento è stata la preistoria del nostro modello di crescita ora che le epidemie non sono più tragedie oltre la comprensione e il controllo di un’umanità indifesa, ma sono diventate sfide gestibili, cambierà qualcosa nel trend generale? Quando l’umanità dispone di nuovi maggiori poteri cosa fa di se stessa? In questi giorni abbiamo pensato che le persone stavano morendo per qualche inconveniente tecnico e scientifico. Se germi e virus si diffondono nei polmoni si deve attribuire la responsabilità a qualcosa o qualcuno. E in questa ricerca troviamo altri problemi tecnici.

Tutto è interpretabile come un fallimento tecnico

Ora a occuparsi della morte non ci sono più preti e teologi ma ingegneri, scienziati, virologi. Tutto è interpretabile come un fallimento tecnico che avrebbe potuto essere evitato. Se il governo avesse adottato una politica migliore, se l’amministrazione locale avesse svolto il proprio lavoro in maniera più efficace. E così alla morte delle persone seguiranno cause legali e investigazioni: come è stato possibile che quelle persone morissero? Qualcuno deve aver commesso un errore, per cui dobbiamo trovare il colpevole. Quale sarà dunque il nostro atteggiamento quando l’epidemia sarà superata? Cambierà poco fintantoché tutto, compreso l’invecchiamento e la morte, sarà considerato l’esito di problemi tecnici che medici e scienziati dovranno risolvere a tutti i costi.

Se la ricerca è associata al paradiso che abbiamo spostato dall’al di là all’al di qua, il limite non può essere accettato perché non è più un decreto di Dio.

Da homo faber a homo deus: qui sulla terra è stato dichiarato il diritto all’immortalità e alla “divinità” (oltre che al consumo) come i valori fondamentali che l’umanità ha sostituito all’utopia dell’uguaglianza di un tempo. E finché non cadrà quest’altra religione continuerà la corsa nel nome della “crescita”. Non avendo per essa ancora scoperto la vaccinazione non conosciamo altri mondi possibili. Di diverso c’è soltanto che più persone penseranno di avere il diritto di lamentarsi per delle promesse non mantenute.

Di Fabrizio Spagnol, filosofo e autore di “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa”.

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