Il COVID-19 riscopre la Bibbia

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La quarantena è (purtroppo) ancora il solo sistema che abbiamo per difenderci, anche se è chiaro da secoli che per i suoi disastrosi effetti economici, non può mai essere un mezzo utilizzabile a lungo e tanto meno ipotizzabile per il futuro.

In un momento drammatico, contro le epidemie, gli Stati hanno rispolverato metodi antichi, districandosi tra isolamento e quarantena. Ma che differenza c’è tra le due e quali le conseguenze su persone e società? Limitare/controllare la libertà di movimento coinvolge individui e beni, tanto che gli ordinamenti nazionali-internazionali rischiano di essere repressivi.

Il futuro non sembra roseo e la storia ci ricorda che l’Italia in questa situazione non è stata esempio da imitare (fatta eccezione per alcune regioni in alcuni momenti). Basta un passo indietro nell’evoluzione dell’Umanità, per capire che, nel 2020, non abbiamo innovato molto. Senza più i “Re Taumaturghi” e con la poca fede che abbiamo, isolamento e quarantena sono il mezzo più efficace, se non l’unico, per contenere la diffusione di un morbo. Quanto durerà… non lo sapevano secoli fa e non lo sappiamo ora: la natura deve fare il suo corso per capire se il virus sia spontaneo o prodotto dall’uomo.

L’isolamento è stato il primo metodo, la quarantena arriva poco dopo.

Potremmo chiederci, ingenuamente, dove siano i fiumi di soldi versati all’OMS dagli anni ’90 per queste “prevedibili” battaglie. Ma sappiamo che non avremo risposte risolutive; guardiamo perciò alle nostre radici e tra fede, miracoli, magia e speranza… forse troveremo una risposta. L’isolamento è stato il primo metodo, la quarantena arriva poco dopo. I due termini, di matrice religiosa, si secolarizzano in un giro di valzer che infine quasi li identifica.

Un tempo gli uomini, impotenti di fronte alle epidemie, confondevano morbo e peccato e “isolavano” il malato, in attesa del perdono divino. Nell’antica Grecia, Ippocrate (460 a.C. –377 a.C.) applica per primo la quarantena (diagnosi in 40 giorni e isolamento). Tucidide, nella peste di Atene del 430 a.C., descrive le fosse comuni e una città priva di strutture per isolare i malati. Nella Bibbia si parla della lebbra, catastrofe dell’umanità che esplode in precarie condizioni igieniche (ma guarda un po’) e si risolve con l’isolamento. Superfluo fare paragoni col Covid-19 o con il mercato di Whuan[1].

In tutti i popoli orientali la lebbra era diffusissima e la cura inesistente. Riconosciuti dal sacerdote i segni della malattia (macchie/lesioni su corpo, abiti e persino mura di casa), si tutelava la società, estraniando l’“impuro” da affari, amici, parenti e contatti sociali; si lavavano abiti e casa, perché lì era la fonte dell’infezione. Il malato stesso doveva auto-isolarsi in micro comunità, per sopravvivere in una quarantena senza speranza, ed allora, e purtroppo ancora oggi, era destinato a morire da solo. Narra il Levitico: “… porterà le vesti strappate e il capo scoperto; si coprirà la barba e griderà: ‘Impuro! Impuro!’ … solo, abiterà fuori del campo”. Una volta davanti a Gesù si presentano dieci lebbrosi anche se l’assembramento era vietato, ma restano lontani e non sono ostili: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!”, gridano; non guarigione quindi ma solo pietà è quello che chiedono: meglio morire che vivere abbandonati dagli uomini. Yeshùa li “monda” e li rimanda ai sacerdoti; lungo la via scoprono di essere guariti: sparito il peccato sparisce anche il morbo (Lc 17:11-19). Non sappiamo se la lebbra si diffuse durante la schiavitù in Egitto o dopo, probabilmente per la povertà il popolo ebraico era debole e aveva ignorato i segnali di pericolo: Gheazi, Miriam e il re Uzzia si erano infatti già ammalati di lebbra. Ma erano i tempi della Bibbia, nessuno poteva intuire che fossero i primi segni del morbo…

L’imperatore Giustiniano (482-565 d.C.)  affrontò la peste, il terrore e l’isteria nel momento di maggior splendore del suo regno. Costantinopoli perse quasi il 40% della popolazione, e in tutto l’impero morirono 4 milioni di persone. Le conseguenze economiche furono catastrofiche: ci furono momenti in cui il numero dei morti superava quello dei vivi, tanto che gli storici considerano questa catastrofe una linea di demarcazione fra il tramonto dell’Antichità e la nascita del Medioevo, una nuova era.

La prima “quarantena” effettiva è del 1377, Dubrovnik isolò i marinai di una nave per 40 giorni per la peste nera, già devastante tra il 1346 e il 1353. Terrorizzati dall’epidemia, molte città si organizzano e all’isolamento uniscono la quarantena anche del sospetto contagiato. Dal XV secolo si cercano interventi innovativi e nascono i lazzaretti: il primo a Venezia nel 1423. Questa Repubblica, da sempre all’avanguardia, introduce la purgazione (ventilazione e lavaggio di abiti e merci per 48 ore), sistema divenuto modello per le città da Pisa a Marsiglia). Questi primi metodi non limitano le pandemie medievali e la popolazione europea passa da 80 a 30 milioni di persone. Intanto isolamento e quarantena restano la sola difesa e temendo un contagio “per via aerea”, si brucia ogni cosa e si abbandonano interi paesi, ricostruiti in luoghi più lontani.

Con la scoperta delle Americhe giunge in Europa sulle navi il topo bianco, specie più forte della nera ma portatrice di un virus meno aggressivo per l’uomo. Annientato il topo nero, la minore aggressività e le maggiori difese immunitarie diffondono epidemie meno violente, ma sempre in grado di causare migliaia di morti. A partire dal XVII secolo la normativa dei vari paesi prende decisioni sempre più consistenti per contenere i virus, nella consapevolezza dei rischi dovuti alla crescita degli scambi commerciali[2]. Dopo la seconda metà del XX secolo, l’interesse per la quarantena rallenta mentre si punta a sistemi di prevenzione alternativi: cura dell’igiene, lavaggi frequenti delle mani, disinfezione di abiti e ambienti.

servono: grande prevenzione, conoscenza della contagiosità e luoghi deputati per i malati

In un recentissimo articolo lo storico della salute Zylberman, evidenzia gli elementi negativi della “quarantena”, riflettendo sul fatto che non sia risolutiva (Le point, 28/01/2020). Per massimizzarne i risultati servono: grande prevenzione, conoscenza della contagiosità e luoghi deputati per i malati, e nessuno dei 3 elementi sembra essere stato rispettato nel Covid-19, come dimostrano, ad esempio, i casi estremi del Veneto e di Whuan, dove i picchi di contagiosità sono stati registrati a quarantena inoltrata, perché molti asintomatici erano già sparsi sul territorio. D’altro canto, con gli ospedali in tilt, lasciare i malati in casa (linea attuale), rischia l’effetto cascata su tutto il nucleo familiare, come nel Nord Italia.

in quarantena siamo stati messi noi ipoteticamente sani

La scelta di curare a casa, solleva delle domande. Per esempio perché oggi i contagi, stando in casa rallentano mentre esplodevano in ospedale? Non abbiamo ancora le risposte, certo è che se si volessero massimizzare gli effetti di una quarantena, servirebbe riaprire i “lazzaretti” siano essi l’ospedale di Whuan o le aree predisposte Covid-19. Ma la nostra società non è pronta ad affrontare l’idea di nuovi “lazzaretti” e li rifiutiamo quasi sdegnati. Perciò il problema è stato ribaltato: in quarantena siamo stati messi noi ipoteticamente sani.

La limitazione della libertà personale ci è stata imposta in maniera più o meno coercitiva, senza definirne la durata, paventando l’elevatissima quanto inaspettata mortalità, gestita in maniera a dir poco medievale. Dall’influenza siamo arrivati alla pandemia nel giro di 24 ore e il significato di isolamento/quarantena cui eravamo abituati è stato ribaltato: non è più il malato o il sospetto malato ad essere isolato/quarantenato dalla società; siamo tutti noi, che senza sapere se siamo portatori o abbiamo già avuto il virus, potremmo tornare a vivere, magari aiutando chi ne ha bisogno.

Noi apparentemente sani, viviamo una situazione inversa a quanto la storia ci ha tramandato.

Anche se l’evento è straordinario e le scelte necessarie, per la profonda perdita di fiducia verso la politica, è evidente che comprenderemmo meglio le limitazioni, se le azioni governative fossero sostenute da dati ben spiegati e condivisi in modo univoco dalla comunità scientifica. Minimizzando o esagerando il pericolo in corso, a seconda delle fasi di sviluppo del virus, e soprattutto fornendo dati contrastanti e statistiche a dir poco soggettive, sarà difficile avere un’ottimizzazione della riuscita della quarantena, anche se i cittadini italiani, a tutto loro merito, nella confusione generale, pur non capendo bene la situazione, abbiano, più per istinto che per ragionevolezza, accettato le imposizioni.

Ha vinto la logica dell’antico sistema “del bastone” (multe e restrizioni) e della carota (diminutio auspicata del contagio e della mortalità). In realtà hanno provato a “rimbambirci” con la differenza tra mortalità e letalità così come con la confusione tra isolamento, quarantena e distanziamento sociale che poi in realtà è fisico. Ci hanno implorato e ci stanno implorando, ci blandiscono, ricorrono al senso dell’onore e della patria per convincerci di restare a casa, anche se hanno parzialmente aperto i recinti. I termini usati sono risultati di difficile comprensione ai più e la scelta obbligata è stata buttare giù il boccone amaro e accettare di difendersi da soli, in attesa di direttive più precise, con una sorta di paura latente che corre sotto la pelle.

Temporalità e proporzionalità dovevano essere definite sulla base delle seppur scarse conoscenze scientifiche rispetto alla manifestazione dei sintomi, con possibilità di proroghe, deroghe e aggiornamenti. Il sistema attuato e la scarsa conoscenza del virus, ci hanno al contrario trasformato tutti in casi sospetti, suggerendoci persino la delazione. Se è chiaro che ad oggi le conoscenze a disposizione non hanno una formula matematica per darci dati sicuri sulla durata del contagio, è meno chiaro se i governi, in possesso di ulteriori informazioni, abbiano scelto di non condividerle con i cittadini, nell’idea di evitare disagio sociale, panico e rivolte. E soprattutto di perdere “la poltrona”.

Ad oggi, noi poveri mortali, sappiamo solo che il tempo in cui i soggetti sono stati infettati è variabile, che non esistono vaccini ma cure alternative, che la mortalità ha una percentuale che non si riesce a definire e soprattutto che, subendo le limitazioni senza capire, alterniamo rancore e accettazione e coviamo il rischio di un potente disagio sociale, prima ancora della grande crisi economica che ci aspetta.

E’ mancato anche un ulteriore elemento: il supporto umano sia ai malati che ai sani, indispensabile per garantire il mantenimento nei limiti possibili del proprio stile di vita, dato che non sappiamo chi siano i sani e chi i veicoli di infezione potenziale, presenti e futuri. Non mi riferisco ovviamente al personale sanitario, che in una sorta di lotta contro il tempo ha UMANAMENTE potenziato le proprie risorse sino allo stremo delle forze. Lo testimoniano tra l’altro gli appelli scritti con i pennarelli sulle tute, i cartelli attraverso i vetri delle sale di rianimazione, le immagini di disperazione che il web ci spara in continuazione. Uno stato serio avrebbe non solo dovuto aiutare i soggetti in isolamento e quelli in quarantena, ma anche sostenerli durante il periodo di inattività con esenzioni e sussidi, non affidandosi alle iniziative del singolo ma con interventi stringenti. Cosa che il governo italiano ha tentato di fare, dando un ottimo esempio poi disatteso, col decreto ministeriale del 29 febbraio 2020.

A tutto ciò dovremmo aggiungere il concetto di giustizia verso i cittadini che meriterebbero una pubblica spiegazione, trasparente ed equa, ovvero una giustificazione (in termini giuridici) delle scelte intraprese. Forse sarebbe utile rivisitare i “Principi di Siracusa” del 1984 (https://www.uio.no/studier/emner/jus/humanrights/HUMR5503/h09/undervisningsmateriale/SiracusaPrinciples.pdf), privi di forza legale ma ricchi di spunti sui limiti della compressione dei diritti umani, che aiuterebbero gli stati a promuovere una legislazione maggiormente in linea con i principi del diritto internazionale, rispetto alla gravità dell’emergenza e con una previsione di termine. Sta di fatto che la scelta, dell’isolamento e della quarantena, se non è quella del misticismo religioso degli eremiti che si auto-isolano, o dei singoli malati che si sono preoccupati di allontanarsi da soli da amici e parenti, è monopolio dello stato che la attua attraverso meccanismi legislativi. Ciò che ci rimane da sottolineare è che non è stata data sufficiente importanza ai numerosi segnali che avvertivano del rischio di una pandemia più vicina del previsto, in un mondo globalizzato dove frequenti sono ormai le sfide batteriologiche.  

La quarantena è (purtroppo) ancora il solo sistema che abbiamo per difenderci, anche se è chiaro da secoli che per i suoi disastrosi effetti economici, non può mai essere un mezzo utilizzabile a lungo e tanto meno ipotizzabile per il futuro. Si dovrebbe ora procedere in altro modo: liberarsi forse o modernizzare le istituzioni che non si sono dimostrate all’altezza della presente drammatica situazione; formare un network per le crisi all’interno degli stati al fine di coordinare gruppi di esperti, imprese private ed enti pubblici, o quanto meno ripristinare precedenti legislazioni adattandole alle esigenze del presente.

A tutte le organizzazioni internazionali, investite dell’incarico di risolvere la situazione, ci rimane solo da dire che la quarantena è solo e sempre servita a chiudere la stalla quando i buoi erano scappati e solo a tamponare una crisi già in atto, le cui conseguenze non è dato sapere.

Meditate gente, meditate…


[1] Vale la pena ricordare che la lebbra (pardon il morbo di Hansen) teoricamente debellata, conta ancora oggi migliaia di casi in Europa, centinaia di migliaia in Africa/America/Oceania e milioni in Asia.

[2] 1643, Massachusetts Bay Colony, quarantena per le navi dall’Europa; 1656 Italia, creazione di cordoni sanitari; 1663 Regno Unito Thames estuary, obbligatorietà della quarantena per i malati; 1680-90, Francia/Boston/New York/Philadelphia  normative locali per  la  febbre gialla; 1721, Quarantine Act, quarantena preventiva; 1730, New York, isola lazzaretto di Bedloe; 1797, normazione federale per l’epidemia di vaiolo; 1800-1900, quarantena per il colera etc. Intanto si diffondono sistemi di prevenzione alternativi: cura dell’igiene, lavaggi frequenti delle mani, disinfezione di abiti e ambienti.

Alessandra Camerano, Win & Co Srl, società specializzata in gestione archivi e beni culturali.

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Vedi anche https://www.asfinanza.com/la-peste-del-1656-a-roma-rimedi-e-conseguenze/

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