Dalla metafora della guerra alla metafora della vita

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Durante l’emergenza COVID-19 il dibattito pubblico si è conformato all’utilizzo della metafora bellica. Ma la metafora della guerra non ha niente dell’oggettività richiesta per gestire la crisi, soprattutto quando è il tempo della ripartenza e di stabilire un nuovo paradigma di crescita.

Per rappresentare lo stato di eccezione attuale si sta facendo ricorso ad un linguaggio bellico. Si parla di “fronte del virus”, di “trincea negli ospedali” diventati “retrovie”, mentre mascherine e ventilatori si trasformano in “munizioni che ci servono per combattere questa guerra”. Insomma mentre medici e infermieri parlano di “una guerra difficile da combattere perché non si conosce il nemico, dove l’unica arma è stare a casa e rispettare le regole”, con il decretone del governo si evoca persino la “potenza di fuoco”.

Perché sentiamo il bisogno di narrare attraverso la metafora della guerra una realtà che ha già di per sé attributi forti e drammatici come pandemia, contagio?

La metafora è una configurazione mentale che serve per modellare l’espressione del pensiero, un “trasporto” tra termini diversi (in questo caso da malattia a guerra) che si contagiano più o meno felicemente, evocando immagini potenti cariche di pathos. Quando queste metafore vengono proposte con una certa insistenza all’opinione pubblica diventano di fatto il modo in cui la gente vede la realtà. E così, nell’immaginario comune, i malati diventano le inevitabili “perdite di un conflitto” e i medici “eroi”.  

Ora, non c’è dubbio che le emergenze sanitarie presentano elementi tipici della guerra: lo stato d’assedio, le migliaia di morti, la scelta che in un’emergenza si è costretti a fare tra chi ha più bisogno di cure. Ma soprattutto l’identificazione di un agente (patogeno) esterno inteso come nemico.

con l’epidemia si è reso ancora più evidente l’intreccio tra medicina e politica

Ovviamente non si sta parlando di un conflitto militare vero e proprio ma di dispositivi securitari che, da Foucault in poi, vanno sotto il nome di “biopolitica”. In effetti con l’epidemia si è reso ancora più evidente l’intreccio tra medicina e politica, per cui la politica assume protocolli medici di cura, con divieti e obblighi. Allo stesso tempo, la medicina si politicizza, nel senso che si rivolge sempre più spesso al complesso della popolazione e decide sui confini dei territori da isolare. Non è un caso che la popolazione si sia dimostrata abbastanza docile ai divieti e agli obblighi, perché è in gioco la sopravvivenza e il legislatore ha i suoi generali nei medici.

Quando accade qualcosa di potenzialmente traumatico all’inizio cerchiamo nella stratificazione della psiche ciò che abbiamo già incontrato in un tempo passato. Ci sentiamo come vittime innocenti minacciate sotto il fuoco nemico. Quando c’è una chiamata alle armi ci si equipaggia con quello che si trova nella armeria delle fantasie, delle emozioni, degli incubi, con il rischio di ingigantire delle ansie che si sommano a quelle già vissute. Che sia l’organismo o l’apparato psichico, la risposta del sistema immunitario si fa talmente forte da battere contro lo stesso corpo che dovrebbe salvare (come si ipotizza nel caso di alcuni decessi di persone sane).

E così vediamo le persone concentrarsi maggiormente sui bollettini, sui grafici, sui rendiconti dei morti e dei contagiati, come se fossero dati inerenti ad un dramma bellico. Ci si ritrova a dare quasi un senso matematico alle ansie.

In una prima fase c’è bisogno di semplificare il campo delle significazioni in base alla dicotomia amico/nemico, assumendo un atteggiamento paranoico e tuttavia funzionale ad affrontare il problema. Come in guerra, è necessario rispettare una rigida disciplina per proteggere chi è più esposto o per evitare il collasso del sistema sanitario. Servono dunque metafore capaci di rendere la popolazione unita contro un obiettivo comune, di infondere forze di resistenza e suscitare un orgoglio di patria, anche a rischio di retoriche nazionaliste. Superare una malattia non è però una questione di valore militare o di eroismo ma una questione di risorse sanitarie, di buona cura e anche di fortuna.

Presto o tardi arriva però il tempo di passare ad una seconda fase, che non sta più tutta sul grido di battaglia “ce la faremo”, come unica risposta. Se prolungata, la semplificazione non aiuta a trovare soluzioni. Le malattie epidemiche non sono eventi casuali che affliggono le società in modo capriccioso e senza preavviso. Questo è quello che può pensare un’umanità che ha cambiato l’ecosistema trasformandolo in una sorta di serra per il suo confort. Anche il covid-19 è ormai diventato un virus umano, che continuerà a circolare nell’uomo anche dopo l’emergenza, come una malattia endemica piuttosto che acuta. I virus sono tutt’uno con noi, crescono con noi.

il virus non è un elemento estraneo all’umanità

Del resto, fin dalla radice semantica del nome “virus” (“veleno” in latino) è chiara la comunanza della malattia con l’uomo (sempre in latino “vir”). Questo nesso rende evidente qualcosa che nell’epoca in cui viviamo evidente non è affatto, e cioè che il virus non è un elemento estraneo all’umanità. In questo modo scopriamo la nostra vulnerabilità ma guadagniamo anche la possibilità di uscire dai limiti angusti di una falsa onnipotenza che vela un retroverso di impotenza.

L’entità del virus, la sua letalità, dipende dagli effetti che provoca sull’organismo ospite e dunque dalle risposte immunitarie che il sistema mette in atto per difendersi. Una epidemia ha questo di complesso che è sempre un punto di articolazione tra le sue determinazioni naturali, biologiche, psicologiche e sociali. Ogni livello si manifesta con la sua specifica immunologia, e occorre coglierne l’intreccio. Del resto l’entità del virus va sempre valutata in funzione degli effetti che produce e delle risposte immunitarie attraverso cui il soggetto (psichico e collettivo) si difende. Ogni società produce le proprie specifiche immunità e studiarle significa comprenderne la struttura, il suo tenore di vita, le sue priorità politiche.

Allora dovremmo cambiare metafora. È anche un fatto etico, che ci consentirebbe di definire più efficacemente i cambiamenti improrogabili che si prospettano per la cosiddetta “fase 2”. Ogni cosa che accade sul nostro pianeta è consustanziale alla categoria di “vita”. La vita in quanto tale contiene degli elementi patogeni, a volte in una modalità endogena, altre volte per effetto di un’azione umana (si pensi agli eventi climatici estremi dovuti all’inquinamento ambientale). La metafora della guerra non ha niente dell’oggettività richiesta per gestire la crisi, soprattutto quando è il tempo della ripartenza e di stabilire un nuovo paradigma di crescita.

Quando con il livellamento imposto dalla pandemia le condizioni di vita diventano per tutti uguali, il diritto sovrano della morte legittima il diritto uguale di tutti a condizioni di esistenza e assistenza di base dignitose. Con il ritorno dello Stato e dell’intervento pubblico si profila il vecchio scontro tra statalisti e liberisti, incapaci entrambi di adeguare lo sguardo ad un nuovo modo di interpretare la realtà, che chiede più partecipazione civica, più innovazione, non solo tecnologica ma anche dei modi di educare, di curare, di vivere. E poi innovare la tassazione, nuove politiche monetarie europee, combattere tutto ciò che si limita a prelevare valore dalla collettività, valorizzare il territorio, mobilitare per lo sviluppo risorse e capacità nascoste disperse o malamente utilizzate.

La potenza di vita agisce ora, qui, nel tempo presente. Non è attesa di poter fare la festa dopo, quando tutto sarà finito.

C’è una grandezza che si deve esprimere nel momento della crisi, che sfida la paura e decide cosa è importante e cosa non lo è.

Su queste questioni vitali si deve sviluppare una massa critica, una responsabilità da esercitare in rapporto alla situazione presente. Con la Pasqua arriva il tempo della Resurrezione della vita terrena, questa volta maledettamente terrena.

Di Fabrizio Spagnol, filosofo e autore di “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa”.

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